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venerdì 26 settembre 2025

Il Corano e il tema extraterrestri [VII] - NUOVI ORIZZONTI INTERPRETATIVI

 Come ampiamente dimostrato, un’ermeneutica che applichi al Corano una prospettiva esegetica capace di prescindere dalla Tradizione, ma attenta – senza farsene condizionare né trascurare la contestualizzazione iniziale – alle conoscenze scientifiche moderne, permette di riscontrare fra i simbolismi una cosmologia di questo tipo:

    • la Terra è uno fra i tanti pianeti abitati da esseri viventi; 

    • gli esseri viventi abitanti altri pianeti sono organici, come quelli terrestri, e ve ne sono di senzienti, come gli esseri umani; 

    • fra quelli senzienti ve ne sono di più (come plausibilmente di meno) evoluti rispetto alla razza umana; 

    • ci si può spostare nello spazio profondo, ma ciò sembra essere principalmente riservato a forme di vita inorganica, verosimilmente artificiale, di non meglio specificata ma sicuramente variegata tipologia;

    • una classe specifica di queste forme di vita, nominalmente chiamate malā’ika, ha il compito di portare su tutti i pianeti lo stesso messaggio circa un principio unico che governa l’intero universo, nominalmente Dio, e che deve accomunare tutte le creature;  un altro compito sembra essere quello di monitorare, ed eventualmente rettificare, l’evoluzione dei pianeti, riducendo però al minimo le ingerenze; 

    • i malā’ika, che risultano corrispondere più a dei versatili operatori che all’immaginario etereo sugli angeli, sono in grado di prendere autonomamente decisioni che possono rivelarsi erronee, o comunque controproducenti, come qualunque essere organico dotato di libero arbitrio; tuttavia, secondo la gravità dell’errore di valutazione commesso, possono venire destituiti dai loro compiti e finanche eliminati; in questo caso, ne giungono di altri a prenderne il posto;

    • i malā’ika destituiti, degradati a jinn, sono privati delle loro funzioni e di alcune loro capacità, in particolare quella di muoversi nello spazio, cosicché sono considerati dal Corano abitare la Terra al pari degli esseri umani, ma come in esilio; la loro esistenza sembra perdurare da millenni, ed essere problematica per il genere umano anche dopo gli eventi che hanno causato la destituzione, tanto da venire associati all’ignoranza e alla superstizione degli uomini; i jinn sono anche capaci, in toto o in parte, di redimersi e convivere con le altre forme di vita terrestri, di cui sono ormai considerati far parte sebbene con una sorta di vincolo di segretezza (la stessa radice j-n-n ha a che fare con l’occultamento, l’invisibilità); 

    • potenzialmente i malā’ika potrebbero trasportare nello spazio forme di vita organica come la nostra, perché di ciò vengono date delle pur vaghe indicazioni e perché, data la tecnologia di cui dovrebbero essere dotati, sarebbe perfettamente consequenziale.

 Questi sono solo alcuni degli spunti che vengono da una lettura del Corano con l’impostazione illustrata, che per brevità si è presentata in modo sintetico così come le prime considerazioni delineatesi. Innumerevoli altri strumenti, e altrettanto innumerevoli collegamenti, sono possibili. Prima di tutto incrociando quanto detto con le rilevazioni sulle sorprendenti strutture matematiche con cui è stato assemblato il testo coranico, messe in luce a partire dagli anni ‘70 del secolo scorso, e con le corrispondenze fra sue affermazioni e conoscenze scientifiche moderne, fenomeno chiamato impropriamente "miracolo scientifico".

 Tutto ciò necessiterebbe di approfondimenti specifici, fatti da ricercatori tanto intraprendenti quanto competenti. Perché, una volta deciso di usare sul Corano questa chiave di lettura, ci si trova a riaprire una porta, quella dell’interpretazione, che non permette di tornare indietro alle certezze del passato. Ciò potrebbe essere destabilizzante per il mondo islamico, ma potrebbe esserlo anche per l’Occidente, non permettendo neanche di adagiarsi su quelle del presente. Serve quindi molta cautela. E fiducia nel futuro.

lunedì 15 settembre 2025

Il Corano e il tema extraterrestri [VI] - MALĀ'IKA E JINN: FORME DI VITA SENZIENTE NON-UMANA

Tutto quanto visto, dalle misteriose circostanze della rivelazione coranica alla realtà cosmica che presenta, ha a che fare con i malā’ika, gli angeli. Con un maggiore utilizzo, rispetto all’esegesi tradizionale, del plurale semplice come soggetto, sono loro a risultare gli operatori in molti passi. Non le emanazioni eteree, e allo stesso tempo antropomorfiche, che si sono imposte nell’immaginario di tutte le tradizioni abramitiche, bensì forme di esistenza tanto sovrannaturali quanto concrete. Chi sarebbero dunque gli informatori di Maometto, secondo il Corano? Come sarebbero fatti?

A differenza della Bibbia e della Sunna (l’insieme delle raccolte postume di "detti" su Maometto e compagni), il Corano è estremamente attento a non spostare, fornendo troppi dettagli immaginifici su questi esseri, l’attenzione su di loro. L’unico elemento sull’apparenza fisica è contenuto nel primo versetto della sura 35:

La lode appartiene a Dio, Colui che ha dato origine ai cieli e alla Terra, e che ha fatto degli angeli dei messaggeri con due, tre o quattro ali. Egli aggiunge alla creazione quello che vuole. In verità Dio è onnipotente”.

Probabilmente le ali sono solo un elemento logico per giustificare la loro capacità di muoversi nel cielo. Inoltre, non si dice come sarebbero fatte. Un’altra resa possibile di questo versetto, meno comune, è che Dio “ha fatto degli angeli dei messaggeri con le ali, che vanno in gruppi di due, tre o quattro”. In entrambi i casi tutto ciò sembra dirci apparentemente poco, oltre al fatto che possono volare, ma quel poco va annotato: gli angeli sono di diversi tipi, e non solo quelli citati a titolo evidentemente rappresentativo, perché l’affermazione si chiude con la dichiarazione perentoria che Dio crea ciò che vuole. Quindi indefinite altre forme. La loro creazione, poi, è presentata come connaturata a quella del cosmo, come se ne fossero sempre stati, o ne fossero diventati, un elemento costituente.

Oltre a questo c’è molto altro da rilevare in modo indiretto da altri passaggi. Per esempio estraendolo dalle vicende, in comune con la letteratura enochica e in parte anche con la Bibbia, dei cosiddetti angeli caduti. Nel Corano non sono chiamati Vigilanti, come nel Libro di Enoch, ma jinn, e il loro capo, a tutti gli effetti il Lucifero coranico, Iblīs. Nei versetti 7:11-13 troviamo un riassunto, sempre da considerarsi come simbolico, del perché questa precedente schiera di angeli errò e fu sostituita da un’altra:

In verità Noi vi abbiamo creati e plasmati [o uomini] poi dicemmo agli angeli: «Prosternatevi davanti ad Adamo». Si prosternarono [quasi tutti] ma non Iblīs, che non fu tra coloro che obbedirono. [Dio] disse: «Cosa mai ti impedisce di prosternarti nonostante il mio ordine?». Rispose [Iblīs]: «Sono migliore di lui, mi hai creato dal fuoco, mentre lui lo creasti dal fango». «Vattene! - gli disse allora Dio - Qui non puoi essere orgoglioso. Via! Sarai tra i rinnegati»”.

Questo è uno dei casi in cui il soggetto plurale si può intendere, al pari delle esegesi tradizionali, come maiestatico (indicato con la maiuscola) perché gli angeli figurano come comparse. Iblīs e gli altri jinn, si dice, sono fatti a partire dal fuoco, non dall’acqua (in questo caso impastata - sempre simbolicamente ma non troppo - con la terra) come tutti gli esseri viventi. Quando avvenne la ribellione, però, erano ancora angeli, perché è a loro che viene rivolta l’ingiunzione. Quindi anche se non lo si dice esplicitamente – e per questo la Tradizione sulla questione è sfuggente - la natura è la stessa: cambia solo l’essere o meno in carica.

Facciamo una prima considerazione: se tutti gli esseri viventi abitanti in altri pianeti sono dichiarati come provenienti dall’acqua, e dunque organici come quelli terrestri, gli angeli, in carica o meno, non lo sono. Aggiungendo ora dei passi dove si dice che i jinn (e quindi, sempre senza mai dirlo esplicitamente, anche i malā’ika) sono fatti a partire dal “fuoco di un vento bruciante” (15:27) e dalla “fiamma di un fuoco che non produce fumo” (55:15), possiamo arrivare ad un’ulteriore considerazione: oggi vari macchinari vengono forgiati e rifiniti da raggi laser, con fasci di luce si caricano le batterie di ultima generazione, e i computer fotonici sono già realtà. Pensare che si tratti proprio di questo, ovvero di tecnologie a noi conosciute, sarebbe errato, perché queste sarebbero in grado di fare cose che per noi non sono neanche lontanamente immaginabili. Il suggerimento da raccogliere sugli angeli è però che il Corano potrebbe alludere, in un linguaggio comprensibile agli uomini del tempo di Maometto, a degli automi o ad esseri biorobotici, comunque artificiali. Detto grossolanamente, a delle "macchine".

Ovviamente tutto ciò non collima affatto con le dottrine classiche islamiche, che da una parte parlano degli angeli come esseri di luce, spirituali, come sempre fondendo e confondendo le tradizioni (che giocano sulla vicinanza fra la parola nār, fuoco, e nūr, luce) col Corano (dove da nessuna parte si dice di che sostanza siano fatti gli angeli e che questa sia diversa da quella dei jinn). Dall’altra, li si rappresenta materialmente come degli uomini con delle ali di pennuto. E questo in barba alla mancanza di dati coranici e all’aniconismo, ovvero il divieto di rappresentare ciò che ha a che fare col Divino. Qui, come altrove, è chiara l’influenza che l’immaginario cristiano, giudaico e zoroastriano, ha esercitato sull’islam, verosimilmente – in questo caso specifico - più attraverso i rapporti tardi che attraverso il retaggio dei primi convertiti.

Secondo il Corano, gli angeli sono quindi degli esseri provenienti dallo spazio, di natura non organica, che hanno passato a Maometto informazioni riservate, affinché le divulgasse. Perché l’hanno fatto? Prima di tutto perché, stando al versetto 17:95, loro non avrebbero potuto farlo direttamente:

Se sulla Terra ci fossero angeli che la percorrono in pace, avremmo fatto scendere dal cielo un angelo come messaggero”.

Non è quindi loro intenzione, o compito, popolare la Terra. Aggiungendo il versetto 53:26 si potrebbe intendere che il loro posto è, in generale, nello spazio, e il loro compito intercedere, mettere in collegamento, connettere:

Quanti angeli nei cieli! La loro intercessione non sarà di alcuna utilità fino a quando Dio non avrà dato il permesso a chi vuole e approva”.

Per fare questo, non possono scendere sulla Terra se non, come visto, per portare dei messaggi che però dovranno essere gli abitanti del pianeta a recepire e diffondere. È la dinamica della profezia, ed è lo stesso che sarebbe successo con tutte le precedenti rivelazioni ritenute autentiche, sebbene alterate, a cominciare da quelle bibliche di cui il Corano presuppone l’esistenza e la conoscenza.

Alcuni versetti ci dicono che, oltre al compito principale, gli angeli stanno comunque in osservazione, pronti a fare altro, oltre a trasmettere messaggi. Riportiamo un passo, il 72:8-10, dove viene data voce ai jinn, gli angeli degradati ed esiliati sulla Terra, che ci fa capire dove stanno di norma gli angeli:

Abbiamo sfiorato il cielo, e lo abbiamo trovato pieno di temibili guardiani e bolidi fiammeggianti. Ci ponevamo [un tempo] in sedi appropriate, per ascoltare. Ma ora chi vuole spiare trova un bolide fiammeggiante in agguato. Noi [jinn] non sappiamo se sia stato decretato un male per coloro che stanno sulla Terra, o se il loro Signore li voglia guidare [al bene]”.

Sono quindi decisioni che riguarderebbero sia l’Umanità che gli stessi jinn, come se questi fossero ormai considerati terrestri. Da tutt’altra parte, nei versetti 8-10 della sura 37, si aggiunge:

Non potranno più spiare l'Assemblea Suprema, saranno accerchiati da ogni lato, messi in fuga e sottoposti a una caccia senza tregua. Qualcuno potrebbe riuscire a carpire [qualcosa] ma lo inseguirà un bolide fiammeggiante”.

Questa assemblea di angeli (al-Malā’ al-Aʿlā) starebbe quindi in orbita, o comunque a distanza nello spazio. Cosa potrebbe decidere di fare, oltre a perseguire il compito proprio degli angeli di portare il messaggio del dio unico universale? Sono numerosi i versetti in cui si parla di calamità che si abbattono su chi non segue le indicazioni, tali da resettare l’intera Umanità. Ne riportiamo uno, il sesto della sesta sura, a campione:

Hanno considerato quante generazioni, che pure avevamo posto sulla Terra ben più saldamente, abbiamo distrutto prima della loro? Mandammo loro dal cielo pioggia in abbondanza e creammo fiumi che facemmo scorrere ai loro piedi. Poi le distruggemmo a causa dei loro peccati e suscitammo, dopo ciascuna di loro, un'altra generazione”.

Altrove si parla di venti devastanti, terremoti e una minacciosa ombra nera che porta distruzione, ma non sono solo forze assimilabili a quelle naturali ad essere chiamate in causa. Vengono menzionate anche azioni dirette, come nei versetti 36:28-29, dove si raccontano le conseguenze su un popolo del suo ostinato opporsi alla predicazione dell’ennesimo profeta:

Dopo di lui non facemmo scendere dal cielo nessuna armata. Non abbiamo voluto far scendere [più] nulla sul suo popolo. Non ci fu altro che il Grido, uno solo, e furono spenti”.

Sulla base di macchinari in fase di implementazione in campo militare, possiamo pensare ad una qualche frequenza capace di spegnere la vita in pochi istanti, come una disinfestazione ultrarapida da una specie nociva. Anche per i passaggi precedenti si potrebbe pensare a qualche sorta di geoingegneria usata come arma. Insomma, sono tante le possibilità che si aprono quando, interpretando tutte queste prime persone plurali come plurali semplici e non maiestatici, si ragiona con la logica che siano sempre loro – gli angeli, che in questo caso risultano ben poco “angelici” secondo i nostri canoni - ad occuparsi di correggere le traiettorie ritenute devianti. Possibilità che - ciò non è voluto ma incidentale - risultano sicuramente destabilizzanti per chi reputa sacrosanta ed eterna la chiusura della porta dell’interpretazione.

Si potrebbero estrarre dal Corano molte altre informazioni – diverse da quelle tradizionali - sulla natura di questi “operatori”. Ma ci fermiamo qua, rivolgendo adesso la nostra attenzione specificatamente ai jinn, gli operatori destituiti per avere infranto delle regole, ed esiliati sulla Terra, dove il Corano sottintende che abitano al pari degli umani. Perché una simile pena? Potrebbe avere a che fare proprio con la colpa che si nasconde dietro i simbolismi della storia di Iblīs.

Iblīs è stato irrispettoso della natura degli uomini, disprezzandola perché organica. Il suo scopo è divenuto, e in astratto è sempre stato, corrompere la natura umana, dimostrando che quella degli angeli è superiore. Si è insomma messo in competizione con gli umani, sovvertendo l’ordine naturale per cui gli angeli non si occupano che dei loro compiti: trasmettere, connettere, sorvegliare, preservare. Tolti i simbolismi, come l’avrebbe fatto materialmente? Recuperando ancora una volta la letteratura enochica sui Vigilanti, possiamo azzardare una lettura che nel Corano rimane implicita: gli operatori poi destituiti, capitanati e rappresentati da Iblīs, potrebbero avere interferito indebitamente con gli abitanti della Terra. Questa lettura è corroborata da almeno due passaggi del Corano. Nel primo, il 2:102, la figura degli angeli e quella dei jinn (qui chiamati shayāṭīn, satanassi o demoni) sono volutamente sovrapposte:

I demoni insegnarono ai popoli la magia e ciò che era stato rivelato dai due angeli Hārūt e Mārūt in Babele. Essi però non istruivano nessuno senza avvertire: «Badate che noi non siamo altro che una tentazione: non siate miscredenti»”.

Magia è ciò che gli uomini del passato avrebbero definito, vedendola, anche la nostra tecnologia attuale. Nel secondo, il 34:40-41, si capisce qual è l’effetto di questa ingerenza, da cui gli angeli – che, ricordiamolo ancora una volta, si dichiarano gli informatori di Maometto – prendono le distanze:

Un Giorno [Dio] li riunirà tutti e dirà agli angeli: «Siete voi coloro che costoro adoravano?». Risponderanno: «Gloria a Te, Tu sei il nostro patrono, non loro. No, essi adoravano i demoni. La maggior parte di loro credeva in essi [come divinità]»”.

Secondo il Corano, c’è quindi stato un tempo ancestrale in cui, da una serie di errori di valutazione, fraintendimenti e distorsioni è nato il politeismo. Ma è il monoteismo la prospettiva naturale con cui è stato generato Adamo, cioè l’Uomo. Aver causato questo disordine, da cui non è esente un decisivo contributo che rende gli uomini ugualmente colpevoli, è per gli angeli un crimine di portata cosmica, dato che il loro compito sarebbe proprio portare l’ordine nel cosmo. Gli operatori, benché dotati di capacità di scelta ovvero di libero arbitrio, sono tali finché agiscono per conto dell’entità suprema, altrimenti il loro ruolo decade e diventano altro. Tuttavia il Corano lascia intendere che – proprio grazie all’operazione definitiva della rivelazione coranica - anche per i jinn c’è possibilità di redenzione, addirittura forse di reintegrazione. Lo lascia dire a loro stessi, ovvero raccoglie e riporta (di nuovo nella sura 72, ai versetti 13-14) la seguente dichiarazione:

Quando udimmo la guida, credemmo; e chi crede nel suo Signore non teme né [di avere] meno né [di avere] troppo. Ora, fra noi [jinn] ci sono quelli che hanno accettato di far pace e quelli che [ancora] trasgrediscono [al volere divino]. Coloro che hanno fatto pace perseguono la giustizia, mentre coloro che trasgrediscono faranno da combustibile per l'Inferno”.

La perifrasi ‘quelli che hanno accettato di far pace’ traduce qui il termine arabo muslimūn, altrimenti rendibile con il semplice prestito linguistico ‘musulmani’. Questo però non trasmette, in italiano, la profondità del participio attivo e del termine da cui deriva, islām. Questo deriva dalla stessa radice sīn-lām-mīm da cui si crea sia la parola salām, pace, che istislām, l'atto di sottomettersi. Solitamente nelle lingue occidentali è tradotto con quest'ultimo significato anche il termine islām, che però non ne è un esatto equivalente così come non lo è di salām. Sono tutti termini connessi, derivanti dalla stessa radice che ha a che fare con la completezza, l'interezza, la certezza, e che prendono diversi significati a partire dalla sfumatura che implica ogni forma: salām deriva dalla I forma, istislām dalla X, islām dalla IV. La resa più vicina al significato della parola araba islām in italiano suona perciò come ‘aver fatto pace’, una via di mezzo fra i due estremi perché con ciò si deve sottintendere un precedente atto di accettazione, di obbedienza, di abbandono a Dio. Anche i jinn, come gli uomini, possono entrarne a far parte.

La parificazione fra la condizione umana e quella dei jinn, data dall’evoluzione degli eventi, arriva ad essere teoricamente compiuta con questo versetto, il 56 della sura 51, dove Dio in prima persona esplicita qual è il massimo risultato a cui possono aspirare entrambe:

E non ho creato i jinn e gli uomini se non perché mi venerassero”.

Facendo questo, ci si accosta alla condizione angelica propriamente detta, che tanti passaggi indicano essere la dedizione totale al Signore e che in definitiva coincide idealmente con la beatitudine paradisiaca. Si riportano a esempio i passi 19-20 della sura 21, in cui tutto quanto detto va a comporre un mosaico sempre più definito:

A Lui solo appartengono coloro che sono nei cieli e sulla Terra. Quelli che sono presso di Lui non hanno remore nell’adorarlo e non se ne stancano. Lo glorificano giorno e notte, senza [mai] fermarsi”.

La pacificazione assoluta è dunque lo scopo ultimo della rivelazione coranica, che si configura come un’operazione - l’ennesima - per perseguire, su questo e altri piani dell’esistenza, un ordine cosmico che è ritenuto l’unico possibile: quello gerarchico fra creature e Creatore, che si deve rispecchiare in quello armonico fra tutte le creature, a prescindere dalle condizioni iniziali e dalla loro evoluzione.


© 2025 - Estratto dalla versione rieditata di uno scritto già apparso sulla rivista XTimes n.191 del Settembre 2024 (X Publishing, pp.26-35) col titolo “Il Corano E Gli Extraterrestri”. Alcune parti sono riprese dal saggio “Corano, tecnologia e vita extraterrestre” (2021, 2023).

sabato 6 settembre 2025

Il Corano e il tema extraterrestri [V] - DISCLOSURE: I VERSETTI CORANICI CHE PARLANO DI VITA EXTRATERRESTRE

 

Il Corano ha ispirato un lungo periodo di avanguardie culturali e scoperte scientifiche. Sebbene a questo siano seguiti dei secoli non altrettanto floridi, dove sempre più ci si è volti indietro, con lo sguardo sulla Terra invece che al cielo, ora, studiandolo a mente aperta, potrebbe avere qualcosa di nuovo da dire. Qualcosa, fra le tante, proprio su una delle più grandi questioni della nostra epoca, in ambito scientifico come anche a livello di cultura popolare: la vita extraterrestre. Andiamo dunque a esaminare se e cosa si può trovare nel testo coranico sull’argomento.

Il secondo versetto della prima sura, il primo se non contassimo la basmala ovvero l’invariabile versetto introduttivo (Nel nome di Dio, Misericordioso, Misericorde), recita:

“Lode a Dio, Signore dei mondi”.

La parola che traduciamo con ‘mondi’ è ʿālamīn ed è proprio un plurale. Il Corano inizia così, in modo francamente abbastanza diretto. Certo, si può intendere ‘mondi’ anche in senso astratto, cioè come diverse realtà, o come diversi domini tassonomici, e questo è ciò che fanno quasi tutte le esegesi classiche. Ma niente vieta il significato più concreto: diversi mondi cioè diversi pianeti. Ora per noi questa è quasi una banalità, e rischiamo di creare una proiezione delle categorie del presente. Ma è difficile pensare che all’inizio della predicazione di Maometto, quando ancora il Profeta aveva pochi seguaci che credevano nei messaggi che riceveva dall’alto, questa rivelazione, con il suo significato più immediato, non sia risuonata come una stranezza da riportare al significato che poi ha prevalso.

D’altra parte però i musulmani devono essersi abituati in fretta alle stranezze, perché a Maometto giungevano rivelazioni come questa (versetto 65:12) che riportiamo ricordando che il numero 7 simboleggia una quantità di elementi indefinita cioè infinita.

“Dio è Colui che ha creato sette cieli e altrettante terre. È posto fra di essi un ordine, affinché sappiate che in verità Dio è onnipotente e abbraccia nella sua Scienza ogni cosa”.

Sette terre cioè sette mondi, infiniti come i "cieli". Si tratta di mondi abitati, come la Terra? Collegando il versetto 42:29 parrebbe proprio di sì:

“Fra i Suoi segni vi è la creazione dei cieli e della Terra e degli esseri viventi che vi ha sparso. Egli è in grado di riunirli quando lo vorrà”.

Per quanto riguarda gli esseri viventi sparsi sulla Terra non vi è problema di interpretazione. Per gli altri si potrebbe pensare agli uccelli, se non fosse che la parola ‘cieli’ è al plurale (samāwāt) e pertanto indica in modo inequivocabile il firmamento. Un firmamento che, a quanto pare da questo e altri passi che ribadiscono il concetto (si riportano come esempio il 19:93, il 13:15 e il 30:26), pullula di esseri viventi:

“Tutti coloro che stanno nei cieli e sulla Terra non si presentano che come servi dinanzi al Misericordioso”.

“A Dio si inchinano, spontaneamente o di malavoglia, quelli che sono nei cieli e [su] la Terra, e le loro ombre, all'inizio e alla fine del giorno”.

“Appartengono a Lui tutti coloro che stanno nei cieli e sulla Terra. Tutti Gli sono sottoposti”.

Di che tipo di esseri si sta parlando? Sembra che non si dica niente di preciso in merito, invece delle piccole quanto preziose indicazioni si possono attingere. Intanto il fatto che abbiano delle ombre (13:15) ci dice che non si intendono esseri “spirituali” bensì in carne e ossa. O in qualcos’altro, ma comunque con una certa consistenza materiale. Inoltre la parola resa nel versetto 42:29 come ‘esseri viventi’ è dābbatin, letteralmente ciò che si muove, che è presente anche nel versetto 24:45 e ci informa rappresentare tutte le creature generate a partire dall’acqua:

“Dall’acqua Dio ha creato tutti gli esseri viventi. Alcuni di loro strisciano sul ventre, altri camminano su due piedi, altri su quattro. Dio crea ciò che vuole. Dio è onnipotente”.

L’ipotesi attualmente più accreditata nella comunità scientifica è effettivamente che la vita, per svilupparsi, abbia bisogno dell’elemento acqua. Si parla dunque, se non in modo esclusivo almeno predominante, di creature organiche.

Dalle esegesi classiche tutto ciò non emerge chiaramente, non lo si mette in relazione, non avendo i dotti del passato contezza che quella letterale potrebbe essere un’interpretazione plausibile dei passi, oltre che la più semplice. Come detto sono però le interpretazioni di questi dotti, che operarono senza a disposizione i nostri strumenti, a fare ancora scuola. Ma noi ora, consci della teoria della pluralità dei mondi abitati, possiamo leggerlo senza neanche fare – ormai impostata questa ermeneutica - troppi sforzi d’interpretazione. Passando a un livello successivo, possiamo e dobbiamo allora chiederci se gli esseri viventi in altri pianeti siano dichiarati come senzienti, e la risposta anche qua è affermativa. Il versetto 85:1 ci informa che, come noi, sono in grado di costruire edifici:

“Per il cielo, pieno di torri”.

Il cielo qui è quello a noi visibile, dove ci viene chiesto di immaginare delle costruzioni. La parola tradotta come ‘torri’ è infatti burūj, e non è un caso che molte esegesi tradizionali abbiano sofisticato il testo, e semplificato la comprensione per i canoni del passato, intendendola simbolicamente come ‘volte celesti’, ‘costellazioni’. Ma burj (forma singolare di burūj) nell’arabo comune ha il significato semplice e chiaro di ‘torre’. Possiamo andare a un livello ancora successivo scandagliando il Corano alla ricerca di caratteristiche su queste costruzioni. I versetti 14-16 della sura 15, seppur come sempre in modo conciso, ci danno molte informazioni su cui riflettere:

“Anche se aprissimo loro una porta nel cielo ed essi vi potessero salire continuamente, direbbero: «I nostri occhi vedono miraggi, siamo stati senz’altro stregati». Abbiamo messo in cielo delle torri, le abbiamo abbellite agli occhi di chi guarda.”

Cercando nei vari commentari qualcosa su questo ricco ma oscuro passaggio, non si trovano altro che letture simboliche, col cielo (samā’) che diventa il Paradiso e le torri che - senza alcuna correlazione con quanto detto prima - diventano costellazioni o simili. Noi rimaniamo sul piano letterale, e materiale, e vediamo cosa ne esce fuori.

Innanzitutto rileviamo che si parla di costruzioni talmente lontane dai nostri canoni (soprattutto da quelli degli uomini del VII secolo) che risulterebbero "magiche", cioè incomprensibili. Quindi, volendo dar credito a ciò che c’è scritto, si starebbe parlando di un qualcosa di esistente, perché c’è qualcuno che lo guarda (viene impiegato il participio nāẓirīna che si attua nel presente) e non siamo noi. Rimanendo alla spiegazione più semplice, e più concreta secondo i canoni attuali, la reazione di stupore può essere letta principalmente in un modo: la provocherebbe la vista di un qualcosa di immensamente più avanzato rispetto a ciò che un uomo del VII secolo, ma forse anche del nostro, potrebbe anche solo immaginare. Poi, cosa molto interessante, si accenna a un portale che aprirebbe un collegamento verso questi luoghi. Quindi nell’Universo, oltre ad altri esseri intelligenti e a costruzioni, secondo il Corano dovrebbero esserci delle vie di comunicazione, se non addirittura di trasporto. E infatti il versetto 51:7, accompagnandosi a quello sulle torri, recita:

“Per il cielo, percorso da attraversamenti”.

Cosa avrebbe potuto intendere di questi attraversamenti (ḥubuk) un uomo del passato, fino a quello recente? Non è difficile capire perché si sia pensato a qualche sorta di binari in cui si muoverebbe ciò che vediamo nel cielo, soprattutto quello notturno. A mente sgombra, sappiamo cosa se ne potrebbe pensare adesso: muoversi nello spazio è possibile ma non è, stando a ostacoli come le fasce di Van Allen che circondano la Terra, cosa semplice. E non lo è neppure secondo il versetto 55:33, che avverte:

“O jinn e uomini riuniti, se potrete varcare i limiti dei cieli e della Terra, varcateli. Ma non lo farete se non per [il permesso di] un'autorità”.

I jinn sono una specifica categoria di esseri senzienti che il Corano afferma essere stati destituiti dal ruolo precedentemente ricoperto, assimilabile a quello degli angeli, ed esiliati sulla Terra. La loro natura, essendo argomento pertinente, verrà trattata nel dettaglio più avanti, parlando di chi o meglio di cosa materialmente sono, secondo il Corano, gli informatori di Maometto: gli angeli.

Sulla vita extraterrestre possiamo fermarci qui. Come evidenziato da questa breve disamina, a cui si sarebbero potuti aggiungere tanti altri esempi, una volta impostato un certo assetto mentale è possibile riscontrare e affermare senza timore di smentita quanto segue: il Corano - chiunque venga considerato come il suo autore o meglio il suo gruppo di contributori - dichiara esserci nello spazio degli esseri viventi, di cui sicuramente alcuni senzienti, e la capacità, per noi, di entrare in contatto con loro.

martedì 2 settembre 2025

Il Corano e il tema extraterrestri [IV] - LA CHIUSURA DELLA PORTA DELL’INTERPRETAZIONE

 Nel XIII secolo il mondo islamico, ormai sconfinato e decentralizzato, fu squassato dalle invasioni mongole, già dall'XI secolo si combattevano le Crociate e nel XV si sarebbe infine compiuta la Reconquista. È lecito ritenere che le conseguenze di tutti questi fattori ed eventi di natura geopolitica, insieme all’imposizione delle successioni dinastiche e alla fine delle cariche elettive, siano connesse all’esaurimento della spinta data dalla rivelazione coranica. Tuttavia ciò non basta a giustificarlo, anche perché la propulsione iniziale era stata data da ragioni di natura fondamentalmente spirituale, più che politica. Dobbiamo andare a vedere che trasformazioni generali sono avvenute a livello culturale.

Ci sono almeno tre fenomeni culturali significativi che si accompagnano a questi processi storici, che per parallelismi e concomitanza possono legittimamente ritenersi interconnessi alla decadenza che seguirà: l’imposizione della sterminata letteratura postcoranica, che è tanto ricca quanto contraddittoria e comunque favorente una prospettiva progressivamente sempre più passatista, da avanguardista che era in principio; la vittoria dell’approccio fideistico alla religione su quello speculativo e filosofico; soprattutto – per quanto riguarda questa analisi ma non solo – una codificazione che rappresenta un fenomeno insieme catalizzante e rappresentativo, ovvero la cosiddetta chiusura della porta dell’interpretazione del Corano.

Propriamente si parla di "chiusura della porta dello ijtihād" (termine che tecnicamente esprime lo "sforzo di interpretazione") in merito all’imporsi, a partire da circa il X secolo in avanti, della convinzione per cui l’interpretazione di base del Corano non dovesse procedere oltre quanto già elaborato dai commentatori più autorevoli. Il Corano è in effetti un testo enigmatico, che si presta a molte e diverse letture, alcune delle quali cominciavano ad essere destabilizzanti.

Teoricamente la chiusura si riferisce all’interpretazione del Corano a scopo giuridico, e solo nella branca sunnita, quella di gran lunga maggioritaria. Ma l’Islam non funziona per compartimenti stagni, e nella pratica la chiusura della porta dello ijtihād è un fenomeno che è coinciso storicamente con l’affievolirsi generalizzato dell’approccio razionalista e speculativo al Corano, e con l’imporsi (non solo nel sunnismo) di quello marcatamente fideista. Neanche nello sciismo duodecimano, che ha una concezione leggermente diversa di ijtihād, si può uscire fuori dai parametri fissati a partire dal suddetto periodo storico. Lo stesso vale anche per l’ibadismo e per tutte o quasi le altre branche minoritarie che si rifanno in qualche modo ad una tradizione. Le poche eccezioni, come l’ismailismo nizarita dove l’Aga Khan in carica è considerato l’interprete del Corano adatto ad ogni epoca, non cambiano il quadro e la dinamica generale, che quando troppo divergente viene considerata portare fuori dall’Islam (destino toccato al drusismo, all’alawismo e ad altre ramificazioni fra cui alcune di matrice sufi).

In pratica si assiste, dalla fine del nostro Medioevo fino all’Età Moderna, ad una sorta di cristallizzazione dottrinale che raggiunge il termine del processo verso il XV secolo. Non è un caso che gli imprescindibili commentari di esegesi (tafāsīr) siano quelli prodotti da autori che, da Ṭabarī ad al-Jalālayn passando per al-Ghazālī, al-Qurtubī, al-Bayḍāwī, Ibn Kathīr ed altri, operarono prima del XV secolo. Dopo, fino ai tempi più recenti, è quasi come se calasse il silenzio. O meglio, l’opposto dello ijtihād che è il taqlīd, l’imitazione. Imitazione ferrea, rigida, statica. Ciò ha permesso di preservare le letture elaborate nell’Epoca d’Oro, che i musulmani considerano generalmente come connaturate alla rivelazione coranica e dunque come atemporali.

A un esame attento, o comunque condotto utilizzando gli strumenti forniti da materie come l’epistemologia e l’ermeneutica moderne, ovvero fuori dall’ambito religioso, le letture tradizionali risultano invece per quel che sono: elaborazioni di un determinato periodo storico, strettamente legate – come del resto si potrebbe dire per tutti i testi sacri e non - ai contesti che le hanno prodotte. In questa analisi non saranno prese in considerazione, perché ciò che si vuole andare a vedere è proprio cosa può venire fuori riaprendo la suddetta porta.

Vero è che ci sono stati pensatori modernisti che, come l’egiziano Jawād at-Tanṭāwī, sono arrivati a bussare a quella porta, senza però provare ad aprirla per paura di doverla scardinare. All’opposto, antimodernisti come Sayyid Qutb, anch’egli egiziano, hanno guardato dalla serratura, e dopo aver intravisto qualcosa che, in un certo qual senso, ne giustifica la chiusura, hanno pensato che sarebbe ancora meglio fosse chiusa a doppia mandata. Quel che si cercherà di fare è di usare una chiave che, senza forzare il testo, ne permetta la lettura con gli occhi del presente, guardando al futuro come facevano coloro che furono testimoni della Rivelazione.